Trivellazioni si, trivellazioni no, questo è il problema che si trovano ad affrontare le isole canarie per la ricerca del petrolio.

Ormai da tempo va avanti l’annosa questione, ma sembra che il governo spagnolo abbia già dal 2012, concluso l’accordo con la Repsol, per trivellare a largo dell’oceano di fronte alle coste di Lanzarote e Fuerteventura, è proprio fresca di qualche giorno infatti, la notizia che il governo di Madrid abbia dato l’ok per iniziare tre pozzi fino a 5000 metri di profondità, a 50 km dalle coste delle due isole, rialimentando tutte le frange di opposizione che si formarono sin da quando trapelò la notizia.

petrolio

Ovviamente come tutte le medaglie, tale questione presenta due facce, che per l’occasione risultano essere entrambi di elevata importanza, la prima è quella dell’impatto ambientale che tali operazioni potrebbero avere, la seconda è il possibile risvolto economico che ciò porterebbe nelle casse del governo autonomo canario.

Partiamo dall’analizzare la prima:

come tutti sanno, le isole canarie vivono di una risorsa principale che è quella del turismo, favorito soprattutto dal meraviglioso mare, dalla natura incontaminata, dai parchi naturali, e da tutte le specie animali, in particolare le due isole interessate in prima persona dal progetto inoltre hanno ricevuto il riconoscimento Unescu di “Riserva naturale della Biosfera”, i fondali marini sono di altissimo valore naturalistico, e le isole sono state laboratorio di sviluppo sostenibile con progetti che miravano alla totale sostenibilità e autonomia sfruttando le risorse esistenti, oltre a tutto ciò, le ripercussioni sulla salute dei cittadini che potrebbero avere eventuali fuoriuscite di petrolio in primis ad esempio sulla stessa acqua che esce dai rubinetti, desalinizzata, altro risvolto da non sottovalutare è quello della presenza vulcanica, si pensa, e studi lo hanno confermato, che perforando fino a grandi profondità possa mettere a repentaglio la vita degli abitanti delle isole.

La seconda invece sarebbe il possibile risvolto economico che una eventuale tassa sull’estrazione del petrolio potrebbe avere sulle cassa e quindi sui servizi per la popolazione, si legge infatti che il Ministro dell’Industria, dell’Energia e del Turismo, stia progettando la crezione una tassa sul modello italiano, con una royalty fissata all’8%, facendo in modo di far entrare nelle casse della regione autonoma il 60% del ricavato mentre il restante 40 in quelle dello Stato.

Oltre a tali risvolti, sin da subito, sia il governo centrale che tutte le aree di opposizione, si sono adoperate in modo tale da far approvare delle misure di sicurezza, che nella peggiore delle ipotesi, tutelino la popolazione e il patrimonio naturale, tanto da far arrivare la percentuale del rischio inferiore allo zero, ma tutto ciò non sembra fermare la baraonda sociale che con azioni corali e manifestazioni di tutti i tipi, tempestano il web e le piazze di slogan, anche lo stesso Paulino Rivero capo del parlamento autonomo canario, manifesta la propria indignazione annunciando il tempestivo “divorzio” dal governo di Madrid se lo stesso non farà nulla per fermare l’inizio delle trivellazioni, annunciando allo stesso tempo, di utilizzare l’arma democratica per eccellenza, il referendum popolare; anche se la risposta del governo centrale non ha tardato ad arrivare, classificando il referendum “illegale”, rispondendo alla provocazione dicendo di non autorizzare alcun referendum regionale, insomma la cosa sembra essere più intrigata che mai, staremo a vedere cosa succederà, nel frattempo godiamoci tutto ciò che di bello splende e vive sotto il sole canario…

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